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Pierrot

Anche le favole più famose possono essere rivisitate. Che ne sarebbe della storia di Pollicino se a raccontarla fosse suo fratello Pierrot?

C’era una volta, in un paese lontano, un taglialegna che viveva in mezzo ai boschi, con la moglie e i suoi sette figlioli.
Io, Pierrot, ero il maggiore e avevo dieci anni. Dopo di me venivano i gemelli, tre di nove anni e due di otto, e non era facile distinguerli tra loro. Ultimo nato Pollicino, che ne aveva solo sette.
Lui era minuto, anche troppo, e non parlava quasi mai. Eravamo tutti dell’idea che non fosse molto intelligente, poveretto. Anche mamma diceva sempre che dovevamo essere gentili con lui, perché non aveva colpa se era nato così.
Non era il suo vero nome, naturalmente, era papà che aveva preso a chiamarlo in quel modo, quando beveva troppo e raccontava la sua storia. E siccome papà tendeva spesso a esagerare, specie quand’era brillo, raccontava del suo figliolo talmente piccolo da non essere più alto del suo pollice. Così tutti presero a chiamarlo in quel modo e nessuno rammentò più il suo vero nome.
Che la nostra non fosse una famiglia ricca era risaputo, ma a me non importava, ero contento così. Sapevo che mamma mi adorava, diceva sempre che ero il suo favorito, e anche papà era fiero di me, mi considerava il suo braccio destro.
Eravamo quindi felici, anche quando il cibo scarseggiava, e non ci facevamo mai problemi.
Un bel giorno, però, venne da me Pollicino. Questa di per sé era già una cosa insolita, perché lui preferiva sempre starmi lontano, e come non bastasse iniziò a parlare. Ne restai talmente stupito che non pensai neppure di interromperlo.
«Pierrot,» mi disse, «papà e mamma ci vogliono abbandonare! Li ho sentiti mentre parlavano tra di loro. Si lamentavano che non c’erano più soldi, che non potevano sfamare sette bocche inutili e che non avevano cuore di vederci morire di fame! Papà ha proposto di accompagnarci nel bosco e abbandonarci lì. Mamma ha pianto, ma poi ha acconsentito.»
«E tu come fai a saperlo?» gli chiesi.
Pollicino lo ammise senza vergogna. «Li ho spiati. Non si sono accorti di me.»
Be’, cos’avrei dovuto fare, secondo voi? Io ero il maggiore di tutti, toccava a me prendere certe decisioni in assenza di papà. Lo riempii di botte, naturalmente, e gli dissi chiaro e tondo che altro gli avrei fatto se avesse ancora osato parlare male dei nostri genitori.
Era intollerabile quello che aveva detto, talmente assurdo da non essere preso neanche in considerazione. Mamma e papà ci amavano, non ci avrebbero abbandonati mai.
E Pollicino era scemo, lo sapevamo tutti. Ne ebbi una riprova in più la mattina seguente, quando lo sorpresi rientrare in casa di nascosto. Sotto la minaccia di una nuova lezione, lui confessò di essere sceso fino al fiume per raccogliere sassi. E me lo provò, mostrandomi le tasche piene di sassolini bianchi. Un vero stupido, no? Gli rifilai due ceffoni e gli intimai di non farlo mai più.
Quando, poco dopo, papà fu pronto per andare a lavorare, propose che lo accompagnassimo pure noi per aiutarlo, e io mi sentii gonfio d’orgoglio. Ci inoltrammo nel folto bosco, con papà e mamma che conducevano e dietro tutti quanti noi, in fila. Come un capitano io tenevo d’occhio i miei fratelli, per essere certo che nessuno si perdesse.
Pollicino, come sempre, non faceva che restare indietro.
Alla fine lo raggiunsi, per vedere cosa stesse combinando. Be’, non ci crederete, quel povero demente stava seminando sassi!
«Idiota!» gli tirai uno schiaffone. «Deficiente! Sono sassi! Ti aspetti che crescano? Che diventino alberi di… pietre! Scemo!»
E continuai a tirargli schiaffoni per tutto il viaggio, ma lui non desistette, seminando i suoi stupidi sassi ovunque. Alla fine fui io a non poterne più e lasciai perdere.
Raggiunta una radura, papà si mise a tagliare legna, come suo solito, aiutato dalla mamma, e chiese a noi ragazzi di raccogliere frasche in giro. Ci dividemmo, quindi, e io ne raccolsi così tante da faticare quasi a portarle.
Al mio ritorno mi attendeva una sorpresa: i gemelli, che avevano finito prima di me, erano tutti in lacrime. Cercai di capire cosa stesse succedendo e loro mi dissero che non riuscivano più a trovare mamma e papà, che erano scomparsi. Li cercai ovunque e li chiamai fino a restare rauco. Anche i miei fratelli mi aiutarono, tutti meno uno.
Pollicino restava in silenzio, tenendosi da parte. Se solo avesse detto una parola l’avrei di nuovo picchiato a sangue, ma lui tacque.
Quando iniziò a imbrunire i miei fratelli si spaventarono. «Di notte arrivano i lupi!» dissero. «Ci mangeranno!»
Ma io non volevo sentir ragioni. «Se ci allontaneremo, papà e mamma non riusciranno mai a trovarci. Dobbiamo restare qui ad aspettarli.»
Al che si fece avanti Pollicino. «Io so come tornare a casa,» disse, «se mi seguirete vi ci porterò.» E prima che potessi dargli una lezione, aggiunse: «Possiamo seguire i sassi!»
Mi bloccai, perché mi tornò in mente ciò che aveva fatto per tutto il percorso, seminare quegli stupidi sassi bianchi ovunque.
«Ci posso riuscire,» insistette, «sono certo di farcela.»
E siccome io ero rimasto turbato e non dicevo nulla, i miei fratelli presero per buone le sue parole. «Sì, Pollicino, fallo! Riportaci a casa, noi ti seguiamo!»
Detto fatto, Pollicino si avviò, e i sassi erano tutti lì dove li aveva lasciati. In breve divenne un gioco, per i miei fratelli, rastrellare il sentiero alla loro ricerca.
In quattro e quattr’otto giungemmo a casa, ma a pochi passi dalla porta Pollicino ci fermò. «Aspettate!» disse. «Loro non ci vogliono, ci hanno abbandonati!»
Stupido bambino odioso! Lo riempii di schiaffi, poi mi feci avanti ed entrai trionfale. «Siamo qui! Siamo tornati!»
Mamma e papà furono felici e ci vennero incontro. Io mi sentii sollevare da papà, che mi prese tra le sue braccia. Scacciai dalla mente tutte le cose orribili che Pollicino aveva detto.
Poi guardai il tavolo imbandito e rimasi a bocca aperta. C’era ogni ben di Dio su quel tavolo, arrosto, salame, formaggio, cose che noi non avevamo mai visto.
Mamma se ne accorse. «Pierrot, come siamo stati fortunati, oggi! Il signore del villaggio che ha mandato i dieci scudi che ci doveva. Guardate quante cose buone abbiamo comprato!»
Papà aggiunse: «Siete arrivati appena in tempo, sono rimasti ancora un po’ di avanzi!»
Così ci sedemmo tutti a tavola e ci saziammo. Pollicino restò in un angolo, silenzioso, e tutti ci scordammo di lui.
Ma non passarono molti giorni che tornò alla carica. Una sera, prima di andare a dormire, mi disse: «Lo vogliono fare di nuovo, domani ci porteranno nel bosco e ci abbandoneranno. Non vogliono più saperne di noi.» E poi scappò via, svelto, prima che potessi afferrarlo.
Perché era così cattivo? Eppure la mamma era sempre buona con lui. Era geloso? Per questo diceva quelle malignità, era geloso di me perché ero il loro preferito?
Faticai a dormire, perché le sue parole mi avevano turbato, e quando arrivò l’alba mi alzai di soppiatto prima di tutti quanti. Chiusi l’uscio con doppia mandata e nascosi la chiave. Spiai Pollicino alzarsi, pochi minuti dopo, e cercare di uscire. Quando lo vidi disperato esultai. Se lo meritava proprio quel disgraziato, basta uscite fuori programma, basta inutili sassi!
Quando più tardi, a colazione, papà propose di accompagnarlo nel bosco a fare legna, Pollicino mi rivolse un’occhiata significativa.
Non voleva dire niente, era lui a essere fissato! Solo lui poteva avere pensieri così brutti su papà! Non volevo ascoltarlo, non volevo neppure pensarci.
Lo vidi far scivolare mezza pagnotta in tasca, ma non gli diedi alcun peso. Avrei potuto dirlo alla mamma, farlo sgridare, ma per quella volta lasciai perdere.
Più tardi, lungo la strada, mentre seguivamo papà e mamma nel cuore più folto e oscuro della foresta, mi accorsi che Pollicino ancora si attardava, e prendeva ogni scusa per restare indietro.
Cercai di scoprire cosa stesse facendo, e lo trovai con la pagnotta in mano. «Scusa,» mi disse. «Avevo fame.»
Lasciai correre anche stavolta.
Mi duole dirlo ma, giunti alla nostra meta, gli accadimenti furono fin troppo simili a quelli di pochi giorni prima. Di nuovo, al ritorno dal mio compito, trovai i gemelli in lacrime. Di nuovo i nostri genitori erano scomparsi. Di nuovo tutti gli occhi si puntarono su Pollicino. Ma lui taceva.
Anch’io non sapevo più che dire, ma ancora mi ostinavo a non credere alle sue parole: papà e mamma non erano così, non era possibile che ci avessero abbandonato.
Dovettero essere i miei fratelli a domandarglielo: «Pollicino, tu che sai la strada, riportaci indietro. Te lo chiediamo per favore!»
E lui magnanimo annuì.
Ci inoltrammo nel bosco, Pollicino per primo e noi dietro. Non c’era nessun sasso da seguire, stavolta, e io lo sapevo bene. Mi chiesi come sarebbe riuscito a riportarci a casa.
Lui camminava spedito, senza esitazioni. Questo per un bel pezzo almeno. Poi, però, parve confuso pure lui.
«Che hai, ti sei perso?» gli chiesi.
E lui: «Non li trovo più.»
«Cosa non trovi?»
«I pezzetti di pane che avevo seminato per segnare il cammino!»
Restai stupito, ma mi riebbi subito. «Tu hai seminato il pane, deficiente? Non lo sai che gli uccelli fan man bassa? Te li hanno mangiati, stupido! Te li hanno mangiati tutti!»
E sotto gli occhi di tutti lui allargò le braccia, desolato, come ad ammettere di non poterci più aiutare.
Eravamo nei guai, adesso, e belli grossi: avevamo abbandonato il campo e papà non sarebbe stato in grado di trovarci, eravamo sperduti chissà dove, nel cuore del bosco, e stava già scendendo la notte. Presto sarebbero arrivati i lupi, per sbranarci.
«Che facciamo, Pierrot! Dove andiamo!» I miei fratelli tornarono a rivolgersi a me, ignorando Pollicino che li aveva delusi.
Così ci inoltrammo alla ventura, sperando di trovare un rifugio. Camminammo e camminammo, mentre intorno a noi si faceva tutto scuro. Poi venne il vento, un vento terribile da portarci via. E da ogni parte ululati di lupi, che ci stavano cercando. Eravamo stanchi, stremati, troppo spaventati per parlare. Infine arrivò un temporale, che ci bagnò tutti. Il terreno divenne fangoso, ed era sempre più difficile andare avanti senza scivolare.
Alla fine crollammo esausti, tutti quanti.
Eccetto lui. Mi accorsi che tentava di salire su un albero. «Non ne hai abbastanza?» gli gridai. «Ti pare il momento di metterti a giocare?»
E lui: «Salgo in alto per vedere se scorgo un paese!»
Lo lasciai fare, perché ero troppo stanco persino per picchiarlo.
Quando tornò ci disse di aver visto una luce lontana, nella notte, e ci indicò la direzione.
Toccava di nuovo a me decidere. Neppure i miei fratelli avevano più fiducia in lui, ma tanto che c’era da perdere? Non avevo proprio idea di dove condurli. Così ci avviammo nella direzione indicata da Pollicino.
Di nuovo il tragitto ci parve infinito, attraversammo tutta quanta la foresta. I miei fratelli già guardavano Pollicino con occhi malevoli, quando sbucammo su una pianura. Davanti a noi c’era una grande casa.
Ancora una volta lasciammo che fosse lui a farsi avanti, perché era così piccolo e fragile che sperammo muovesse a compassione gli abitanti di quel maniero.
Infatti fu così. Alla donna che venne ad aprire Pollicino raccontò la nostra triste storia, le disse che ci eravamo spersi nella foresta ed eravamo stanchi e affamati.
La donna ci guardò con dolcezza, ma anche con tanta tristezza. «Poveri bambini!» disse. «Come siete sfortunati! Non lo sapete che questa è la casa dell’Orco?»
Nessuno di noi aveva idea di cosa fosse un Orco, io immaginai che si trattasse di qualche titolo nobiliare, al pari di Conte o Duca.
Ma Pollicino insistette, parlò dei lupi che ci volevano sbranare, e alla fine ebbe ragione sulle sue titubanze. La buona donna ci fece entrare, tutti quanti, e ci portò a riscaldarci intorno al fuoco.
Ella stava cucinando un montone allo spiedo per il marito, e l’odore di quella carne ci ricordò quanto fossimo affamati. Stavamo per chiedergliene un boccone, quando sentimmo tre colpi secchi alla porta.
«Mio marito!» disse la donna, agitata. «Non deve assolutamente trovarvi qui!»
Ci prese per mano e in tutta fretta ci condusse in una stanza, dove ci fece nascondere sotto un gran letto. Ci lasciò lì, con la raccomandazione di non fare rumore.
Sentimmo il marito, l’Orco, entrare, e lei accoglierlo premurosa.
«La cena è pronta, moglie?» chiese lui, che era un omone grande e grosso, con una folta barba nera.
La donna si affrettò a servirlo. Ma poco dopo, mentre addentava la carne, l’Orco iniziò ad annusare l’aria. «Cos’è quest’odore? C’è stato qualcuno qui?»
La donna negò con vigore. «Marito mio, assolutamente no!»
«Questa è carne viva!» disse l’Orco. «È odore di carne viva!»
«No, no,» insistette la moglie. «Dev’essere quel vitello che ho spellato poco fa! Ecco, vado subito a lavarmi le mani.»
Ma lui non le diede retta, continuò ad annusare l’aria, e venne diritto verso di noi. Entrò nella camera e scostò il materasso, senza riguardi, mettendoci in vista.
«Ah! Volevi ingannarmi, strega!»
Restammo tutti quanti paralizzati dal terrore. Ma prima che l’Orco potesse fare alcunché la donna lo raggiunse. «Non adesso, caro! Calmati! La cena ti aspetta! Dobbiamo parlare. Sono solo poveri bambini che si sono spersi nella tempesta. Non sanno deve andare, non scapperanno.»
E con moine e sotterfugi riuscì a farlo uscire dalla camera.
Troppo tardi mi accorsi che Pollicino era sgattaiolato fuori dal letto e stava andando dietro di loro. Cercai di fermarlo, ma inutilmente. Lo vidi scivolare oltre la porta lasciata accostata e scomparire in un attimo. Non ebbi il coraggio di inseguirlo.
I gemelli piangevano, tutti quanti, ma io li rincuorai. «Non abbiate paura, sono certo che quella buona donna lo convincerà, e ci lascerà restare qui questa notte.»
Passò molto tempo prima che prendessero una decisione. Li sentivamo discutere, oltre la porta socchiusa, ma a voce troppo bassa per comprendere le loro parole.
Poi all’improvviso tornò Pollicino, che corse a gettarsi sotto il letto, insieme a noi. Sembrava eccitato, e parlava così in fretta che quasi non si riusciva a capirlo. «L’uomo è un Orco! Gli Orchi mangiano i bambini! Vuole mangiarci! Lui voleva ucciderci subito, per fare un banchetto, ma la donna l’ha convinto a farlo domattina! Dobbiamo fuggire, subito!»
Pensai che fosse uscito di senno. Che non fosse normale lo sapevamo già tutti, ma questo era troppo! Mangiare bambini? Dove si era mai sentita una cosa simile?
Non ebbi tempo di fare nulla, neppure di dargli una lezione, che subito la porta si spalancò: sull’uscio c’erano l’Orco e la consorte.
«Venite fuori, bambini,» disse la donna. «Venite a mangiare con noi!»
Pollicino scuoteva frenetico il capo, ma io non ebbi alcuna esitazione: le sue erano tutte farneticazioni. Mi feci avanti, e i miei fratelli dopo di me.
L’uomo ci guardava sorridente, compiaciuto. Venne avanti e ci accarezzò uno a uno, saggiò i miei muscoli e parve soddisfatto. A Pollicino, ultimo della fila, rivolse appena un’occhiata e fece una smorfia.
«Su, venite, bambini, c’è un arrosto che vi aspetta.»
Così uscimmo, tutti in fila, e dopo pochi passi restammo a bocca aperta. Già sedute al tavolo, composte, c’erano sette bellissime bambine. L’Orco le presentò: «Queste sono le mie figliole.»
Ci fecero accomodare di fronte a loro. Pollicino, prima di andare al suo posto, mi bisbigliò. «Non mangiare! Vuole farci ingrassare!»
Che assurdità, come se io avessi avuto problemi di peso! Avrei mandato giù quel montone tutto intero, tanta era la mia fame.
La donna ci servì porzioni così abbondanti che straripavano dai piatti. Però, quando arrivò il momento di mangiare, io mi bloccai.
La bambina davanti a me era bellissima, e mi guardava con occhi languidi. Arrossii. «Io sono Pierrot,» mi presentai.
Lei, che aveva probabilmente la mia età, ed era la maggiore tra le sue sorelle, abbassò il capo con timidezza. «Brigitte,» mormorò.
Non ci furono altre parole, tra di noi, ma non riuscimmo a staccarci gli occhi di dosso. Lei era perfetta, bellissima, i capelli dorati incorniciati da una coroncina, proprio come tutte le sue sorelle. Mi complimentai con lei, le dissi che la coroncina le donava tantissimo.
«Oh,» si schernì. «È papà che ce le ha regalate, vuole che le teniamo sempre.»
Poi lei mi disse che io sembravo tanto buono, e arrossii d’orgoglio.
«Mangiate, bambini!» ci interruppe l’Orco. «Voglio che puliate tutto il piatto, c’è un’altra razione che vi aspetta.»
Quando la cena ebbe termine ci sentivamo tutti pieni come un otre, e dovemmo allentare la cintura dei pantaloni. L’Orco aveva bevuto vino per tutto il pranzo, senza un attimo di sosta, e alla fine si era addormentato sulla sua poltrona e si era messo a russare.
«Venite con me,» disse la donna, e ci portò nella camera delle sue figlie. Lì c’erano due grandi letti. «Starete un po’ stretti,» ammise. «Tanto è solo per una notte.» E assegnò alle bambine un letto, e a noi l’altro.
Io ero molto imbarazzato all’idea di dormire così vicino a Brigitte, ma lei ridacchiava contenta.
«Lasciala perdere!» mormorò Pollicino al mio orecchio. «Non vedi che ti vorrebbe mangiare?»
Quella volta si prese due ceffoni che difficilmente si sarebbe scordato.
«A letto, bambini, su, su!» disse la donna, abbassando il lume.
Le bambine obbedirono subito, e anche noi. Stavamo in effetti molto stretti, tutti quanti su quell’unico letto, specialmente dopo la cena che avevamo appena fatto.
Io mi addormentai sorridendo e sognai di Brigitte, della nostra vita insieme, dei figli che avremmo avuto, del palazzo dove avremmo abitato.
Finché un brusco risveglio non interruppe quel sogno. «Cosa?» farfugliai.
«Sttt! Sta’ zitto, ti prego!»
Era la voce di Pollicino. «Cosa mi hai messo in testa?» chiesi.
«Non toccarlo! Non muoverti! Non dire una parola! Ne va delle nostre vite!»
Cos’altro si era inventato quel bugiardo inveterato? Mi passai una mano tra i capelli e riconobbi al tatto la coroncina di Brigitte. «Ma…»
Pollicino si abbracciò a me, bloccandomi. «Sta’ zitto, ti prego! Sta arrivando!»
Prima che potessi fare qualsiasi cosa sentii la porta cigolare. Il buio nella stanza era totale, anche il lume si era spento. Non riuscivo neppure a vedere Pollicino che era di fronte a me. Lui continuava a tenermi stretto.
Sentii dei passi pesanti e mi arrivò un forte odore di vino. Riconobbi l’Orco, non poteva essere nessun altro. Mi paralizzai, pensando alla corona sulla mia testa. Cosa avrebbe pensato, vedendola? Che ero un ladro, naturalmente, e mi avrebbe punito. Era quella la vendetta di Pollicino per tutte le volte che l’avevo picchiato? Ma io lo facevo solo per il suo bene!
Il letto scricchiolò e si piegò, e compresi che l’Orco si era seduto sul bordo, proprio accanto a noi. Sentii la sua mano frugare. Mi toccò un braccio, poi salì su, fino alla spalla. Poi sul collo. Sentii qualcosa di freddo e gelido sfiorarmi la gola. Poi la mano proseguì, la sentii scorrere tra i capelli, fino a scontrarsi con la coroncina d’oro.
Sentii un singhiozzo, e una voce confusa, come quella di un ubriaco. «Cielo, cosa stavo per fare! Le mie figlie! Sono le mie figlie!»
La mano mi accarezzò i capelli, poi l’odore di vino divenne più forte e mi sentii baciare sulla fronte. «Dormite, bambine mie, dormite tranquille.»
Io non osavo fiatare. L’avevo scampata, ed era meglio così, il piano di Pollicino era fallito. Gli avrei dato una lezione appena l’Orco se ne fosse andato.
Lo sentii sedersi sul bordo del letto di fronte a noi. Pollicino mi mise una mano sulla bocca. «Sttt!»
Passarono alcuni minuti prima che lo sentissimo rialzarsi e uscire barcollando dalla stanza. Quando i passi cessarono, in lontananza, Pollicino balzò giù dal letto prima che potessi aggredirlo. «Dobbiamo fuggire!» disse. «Ci resta poco tempo!»
Non avevo la minima intenzione di farlo! Ma poi mi accorsi che anche i miei fratelli si stavano alzando, e pure loro avevano una coroncina dorata in testa. «Cos’hai fatto?» chiesi a Pollicino, col cuore in gola.
«Non c’è tempo per parlare,» disse lui. «Dobbiamo andare via!»
Aveva rubato qualcosa, ne ero sicuro! Per questo voleva farci fuggire! Ci stava mettendo nei guai! Avrei potuto denunciarlo, ma quel buon uomo e la moglie avrebbero creduto alla mia innocenza?
Pollicino mi tirava per un braccio, impaziente. «Muoviti!»
Mi alzai sempre più confuso, mi tolsi la coroncina e la rigirai in mano. «Cos’hai fatto?» chiesi ancora.
«Dopo, dopo,» insistette lui. «Andiamo via.»
Guardai il letto delle bambine, ma era immerso nel buio. «Devo salutare Brigitte,» mormorai. «Non posso lasciarla così.»
Il volto di Pollicino era illuminato dalla luce che arrivava dalla porta lasciata spalancata dall’Orco, e difficilmente potrò mai scordare la sua espressione. «Adesso non c’è tempo,» disse. «La saluterai un’altra volta.»
Ci spinse fuori dalla stanza, e mi accorsi che i miei fratelli tremavano. Io proprio non riuscivo a capire cosa stesse succedendo.
Trovammo l’Orco addormentato su una sedia, davanti a una bottiglia di vino vuota. Gli passammo davanti senza che se ne accorgesse. Poi uscimmo dalla casa e ci mettemmo a correre, tutti quanti.
Quando fummo abbastanza lontani, tornai a chiedere: «Cos’hai fatto? Cos’è successo? Perché hai rubato quelle corone?»
Ma Pollicino non si fermava, correva e correva senza sosta. «Dopo, dopo!» rispose soltanto.
Dopo ore e ore crollammo, distrutti, ma lui insistette perché trovassimo un riparo. Era intollerabile che fosse lui a comandarci, specialmente a comandare me, ma mi sentivo ancora troppo confuso per prendere qualsiasi decisione. Dovevo prima scoprire cos’era successo in quella casa.
Trovammo una caverna e ci riparammo al suo interno. Quando fummo tutti al sicuro non potei più rimandare. «Che hai fatto? Che hai combinato questa volta?»
Ma lui rispose ancora: «Dopo! Dopo!»
Non comprendevo la sua paura, ma finì con l’attaccarla pure a me. Non passò molto che sentimmo una voce stentorea non troppo lontana. «Dove siete, maledetti! Vi troverò, giuro che vi troverò!»
Di nuovo Pollicino mi tappò la bocca con una mano, ma non c’era pericolo che io fiatassi, quella voce terribile aveva spaventato persino me.
Poi scivolò sul bordo della caverna, per spiare, e io lo seguii.
L’Orco non era molto lontano da noi, ma non si era accorto della nostra presenza. In quel luogo, all’aria aperta, non riusciva a fiutare il nostro odore, coperto da mille altri.
Si era appoggiato a un masso, per riposare, perché sembrava sfinito, forse anche a causa di tutto il vino che aveva bevuto. «Le mie figlie!» urlò. «Cosa mi avete fatto fare! La mia povera moglie, che non si dà pace! Ma vi troverò, e la pagherete cara!»
Incominciai a sentirmi malissimo. Pensai a Brigitte.
«Erano delle bambine meravigliose!» piangeva l’Orco. «Non lo meritavano! Vi ucciderò, vi ucciderò tutti!»
Ancora non capivo cos’era successo, ma di una cosa ero certo, non avrei mai più rivisto Brigitte. Sentii una lacrima scivolare sulla guancia.
«Mostri! Mostri!» borbottava l’Orco, mentre pian piano si afflosciava sul masso. «Figlie mie, figlie mie, cosa vi ho fatto!»
Lo sentimmo piangere e singhiozzare per molto tempo, poi pian piano i lamenti si affievolirono e infine cessarono. Presto lo sentimmo di nuovo russare.
Pollicino scivolò fuori dalla grotta prima che lo potessi fermare. «Che vuoi fare?»
Si voltò appena un attimo. «Sttt!»
Che altro aveva in mente quella peste? Mi gettai dietro di lui.
Quando raggiunsi lo spiazzo, restai a bocca aperta. L’incoscienza di quella pulce era fenomenale! Stava cercando di sfilare gli stivali all’Orco addormentato.
«Dammi una mano!» mormorò, ma io scossi la testa. «Perché?» chiesi.
«Così non potrà seguirci, no?»
Sì, era logico, potevo capirlo. Ma lui come al solito volle strafare. «Sono stivali magici! Gli stivali delle sette leghe! Con un solo passo ti permettono di valicare una montagna!»
«Smettila!» sibilai. «Smettila di mentire sempre! Di inventarti le cose!» Poi non resistetti e glielo chiesi di nuovo: «Cos’è successo? Che ne è stato di Brigitte?»
Pensai che non mi avrebbe risposto, invece lo fece, anche se non osò guardarmi. «Le ha sgozzate, le ha uccise tutte quante.»
Gemetti.
Lui continuò: «Avresti preferito che fosse toccato a noi?»
Sì, tantissimo. Sarei stato felice di dare la mia vita per quella bambina bellissima, in qualsiasi momento. Sapevo già che non avrei mai incontrato nessuna come lei, in tutta la mia vita.
Pollicino cadde a terra, insieme a uno stivale, e subito corse a togliere l’altro. L’Orco pareva innocuo, profondamente addormentato.
«Perché l’hai fatto?» chiesi. «Perché Brigitte? Cos’avevi contro di lei?»
L’aveva fatto per me, perché mi odiava? Per farmi soffrire? Doveva esserci un altro modo, ne ero certo, non doveva per forza finire così!
Pollicino sfilò anche il secondo stivale e se lo mise sottobraccio. Poi mi raggiunse. «Me ne vado, Pierrot,» disse. «Vado via.»
«Come?» Ero esterrefatto. «Ma dobbiamo tornare a casa…»
«Io in quella casa non ci torno!» mi disse con rabbia. «Non mi vogliono! Non ci vogliono, non ci hanno mai voluti!»
«Ma… sei un bambino… cosa farai?»
Sorrise, e gli luccicarono gli occhi. «Sbrigatevi ad andarvene, prima che l’Orco si svegli. Cercate di allontanarvi il più possibile.»
«Papà… mamma…»
Scosse il capo, solo quello, poi si voltò e andò via.
Scomparve nel bosco e quella fu l’ultima volta che lo vidi.
Noi tornammo a casa, da mamma e papà, e non fu facile, ma alla fine ci riuscimmo. Loro ci accolsero a braccia aperte, come la prima volta.
Ora le cose vanno un po’ meglio, c’è pure una bocca in meno da sfamare, anche se era così piccola. C’è più lavoro, e papà mi ha preso con sé. Dice di aver bisogno di me. Forse non ci abbandonerà più. Voglio crederlo. Devo crederlo.
E Pollicino? Oh, quante storie ho sentito su di lui! Di certo so solo che quello stesso giorno tornò a casa dell’Orco, mentre lui ci stava ancora cercando. Fece credere alla moglie, disperata per la morte delle figlie, che i briganti avevano rapito suo marito e chiedevano un riscatto. Le portò via tutto quanto, ogni suo avere, lasciandoli sul lastrico.
Raccontano anche che ora sia diventato un grande messaggero, agli ordini del Re, in virtù dei suoi stivali magici, e che sia ricco e riverito. Dicono pure che un giorno tornerà e ci renderà ricchi tutti quanti. Ma io non ci credo.
Era un addio quello che ho visto nei suoi occhi. E forse aveva pure ragione, in questa casa nessuno l’ha mai amato, né ha creduto in lui.
Io spero che non ritorni mai più, non potrei sopportarlo. Quel maledetto bugiardo ha distrutto la mia vita, e credo che l’abbia fatto apposta.
Ogni giorno che passa ho sempre Brigitte davanti agli occhi, non posso toglierla dal mio cuore. Mi manca, mi manca tantissimo.
Sì, spero proprio che non ritorni mai più.

FINE

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